Quel buco nel sipario
ovvero
Qui non ci sono attori e spettatori:
il Teatro è Uno
Racconta Sergio Tofano, attor giovane di fine Ottocento, forse il primo attore laureato in Lettere, creatore del fumetto del Signor Bonaventura, il malinconico “cantore” del Teatro all’antica italiana, di come spesso nel sipario dei teatri storici italiani gli attori facessero con un chiodo un buchetto ad altezza degli occhi, per guardare se, e con che spirito, la platea e i palchi andassero riempendosi. Spiavano il pubblico, il suo umore, la voglia, l’attesa. Accade a lui, però di cogliere dalla platea il lampo glauco, mobile, animale di quell’occhio che guardava non visto. Allora, c’era vita là dietro, prima ed oltre lo spettacolo. Capì che il Teatro vive oltre la rappresentazione, che la tavola della finzione che si andava apparecchiando nasconde una realtà profonda e veritiera. Che tra quell’attore che guarda e quello spettatore che vede il filo della complicità non si spezzerà mai. Che anche quando lo spettacolo è finito, il Teatro vibra ancora, come un coltello nel legno. La sua finzione è un trucco per rifondare l’anima ad un piano superiore di verità. Se il Teatro quella cosa che non è facile spiegare, ma che pure tutti sanno che cos’è, anche se, come il mare, non l’hanno mai vista, ha ancora un senso, è di difendere se stesso e il suo pubblico (che non è la gente) dalla sudditanza dell’intrattenimento, dalla passività del riso del momento, dal pathos consolatorio. Il destino del Teatro è oggi, come ieri, conoscenza, ragione, gioia, sentimento, partecipazione. È un’arte radicale, e se la radice dell’uomo è l’uomo, il teatro di lui deve occuparsi, preoccuparsi, provvedere. A che? Unire gli uomini per il meglio che vi è in loro. Un luogo dove imparare a vivere, a essere seri, a essere buffi. Si può dire meglio con pochi versi del poeta siracusano del VI secolo a.C., Epicarmo: La vita umana ha bisogno/di ragione e di ritmo/Viviamo di ragione e di ritmo/Ecco cos’è che ci salva.
Sarà anche per questo che facciano cose assai diverse per rimanere gli stessi. Restare vicini alle proprie origini, ai propri desideri e alle proprie volontà, a quel mondo che ci animava un tempo, coincide con la capacità di mutare senza smarrirsi. Mutare è l’unico modo per capire cosa rimane di vero, quale è il lascito imperdibile che i noi di ieri trasmettono ai noi, ai voi di oggi.
Giancarlo Sammartano



