Africa

il triangolo degli schiavi

di e con Ulderico Pesce

Coprodotto dal Mittelfest diretto da Moni Ovadia

Musiche tradizionali dei popoli Arbereshe stanziati in Basilicata e Calabria, dei Greki del Salento e di Matteo Salvatore

Il Triangolo degli schiavi è la storia di Ambrogio Morra, nato vicino Cerignola, in provincia di Foggia ed emigrato a Roma dove cerca di trovare un lavoro. Abita allo Scalo San Lorenzo, in una camera-veranda che si affaccia sulla tangenziale, dove, in cambio di un piccolo risparmio sull’affitto deve convivere e accudire circa 400 canarini che gli rendono la vita assai difficile. Ambrogio si sente come un profugo, isolato tra i canarini.
I momenti di lavoro non gli cambiano però la vita, per mancanza di soldi è costretto ad abitare con i canarini e per farcela è costretto a scaricare la frutta ai mercati generali.

La nonna Incoronata, che al fianco di Giuseppe Di Vittorio prese parte alle lotte di “conquista della terra”, lo aiuta economicamente e lo sollecita a scendere in Puglia dove sono “tornati gli schiavi”, la nonna ha cominciato a fare quello che lo Stato italiano non fa: assistere i lavoratori clandestini sfruttati per la raccolta dei pomodori. La nonna sollecita il nipote a fare altrettanto e a raccontare e denunciare quanto succede: “i tanti polacchi e africani sfruttati e morti nelle campagne italiane”.

Il nipote Ambrogio si convince a seguire la nonna in Puglia solo dopo aver avuto molte delusioni lavorative a Roma, comincerà a dedicarsi alla vita dei lavoratori clandestini e inizierà a raccontare, le terribili cose che vede.

Ambrogio diventa amico di alcuni africani e polacchi e scopre la bellezza delle loro origini etniche, l’avventuroso viaggio che hanno fatto per arrivare nel Sud dell’Italia, il rapporto con gli scafisti, l’ospitalità nei Centri Temporanei di Accoglienza, l’espulsione, la clandestinità, e lo sfruttamento schiavistico a cui sono sottoposti da caporali e padroni che li fanno lavorare per quindici ore al giorno in cambio di venti euro.
Lavoratori che vivono in tuguri senza bagno e senza acqua, che spesso vengono picchiati o uccisi dai caporali per la pura necessità di dimostrare agli altri il loro potere. Nella sua terra Ambrogio si ritroverà presto impegnato in difesa dei diritti dei lavoratori clandestini e contro i padroni che, nel Sud dell’Italia come nel ricco Nord-est, li sfruttano in cambio di 2 euro all’ora. Padroni liberi di fare ciò che vogliono perché non esistono controlli nei campi.
Alla scarsa ricompensa giornaliera per i clandestini si contrappongono i 36 mila euro che i padroni incassano, su solo dieci ettari di terra, dalla Comunità Europea, oltre naturalmente ai guadagni per la vendita dell’oro rosso alle industrie.

Ambrogio si trova a fare la stessa lotta che 50 anni prima aveva fatto sua nonna Incoronata contro i latifondisti e a favore della distribuzione della terra ai braccianti ma questa volta c’è solo l’amarezza di una “lotta mancata” per l’acquisizione dei diritti, perché mentre i braccianti agricoli occupatori di terra degli anni ’50 avevano un nome e un cognome, una patria, i nuovi braccianti clandestini sono senza identità, per non farsi identificare arrivano a bruciarsi i polpastrelli delle dita fino a diventare “uomini senza impronte”.

NOTE DI REGIA

“Ho passato molto tempo con gli immigrati clandestini che d’estate affollano i campi di pomodoro in Puglia. E’ stata una delle esperienze più importanti della mia vita, ho assistito a scene terribili, non avevo mai visto maltrattare in quel modo uomini, donne e bambini.
Non avevo mai visto vivere 30 persone in una baracca di 30 metri quadrati senza acqua, senza elettricità e senza gas.

Una mattina mi sono trovato con degli immigrati e mi hanno invitato a mangiare una capra con loro. L’hanno uccisa davanti a me, squartata e tolto le interiora, ma non c’era acqua per lavarla e allora l’hanno lavata con la fiamma ossidrica, l’hanno disinfettata con il fuoco mentre io reggevo una zampa dell’animale facendo finta di niente. Un odore terribile. Poi hanno tolto di mezzo i materassi lerci dove avevano passato la notte e hanno montato un fornello su un tavolino grazie al quale la carne è stata bollita.
L’abbiamo mangiata assieme condita con un filo d’olio. Non era male. Ad essere sincero qualcosa di molto simile l’ho vissuta attraverso i racconti di mia nonna che mi hanno sempre parlato dei problemi dei braccianti degli anni ‘50.
I miei nonni erano molto poveri però nessuno li schiavizzava. E invece in Puglia, ma anche in altre aree del Sud e del ricco Nord Est, si assiste allo sfruttamento più bieco degli esseri umani.
Vengono trovati i corpi straziati e senza vita ai bordi delle strade mentre lo Stato fa poco o niente per arginare il problema e tutto questo mentre, a poche centinaia di metri, cittadini italiani, si comportano come se niente fosse.
Ci si affretta a prendere i figli a scuola, a fare la spesa, ad andare in palestra, in piscina, a lezione di pianoforte, ci si ama facendo finta di non vedere che a pochi metri sono tornati gli schiavi”

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